Tempo per un cambiamento

Ho ascoltato la diretta Facebook del Sindaco Carancini; devo dire che mi è sembrata una cosa utile, perché è giusto e doveroso che in questo periodo così confuso i cittadini possano far riferimento alle indicazioni provenienti dalla massima carica istituzionale del proprio comune.

Mi convince anche il mezzo usato: queste dirette sui social si stanno rivelando un potente strumento di comunicazione (“ha detto Caranci’ che…”) e anche in prospettiva futura potranno servire per accorciare almeno un po’ il distacco tra cittadini e istituzioni.

Quindi grazie al Sindaco per averci detto ciò che potremo fare in questa fase, ma io non riesco ad accontentarmi, perché continuo a sentire parlare di obblighi e divieti, mai di come sarà il futuro della mia città.

L’impressione è che da una fase emergenziale-autoritaria (state a casa per il vostro bene altrimenti vi puniamo) stiamo passando a una concezione burocratica delle nostre vite (potete muovervi se rientrate nel combinato disposto degli articoli….), dove l’attenzione su cosa è consentito fare offusca il motivo per cui lo stiamo facendo (la salute pubblica) e soprattutto impedisce di capire che un cambiamento radicale è necessario, nostro e del posto in cui viviamo.

Non è colpa di Carancini se invece di una sola regola, il necessario distacco fisico, si sono moltiplicati decreti, ordinanze e interpretazioni. Ma mi sarei aspettato che i margini di libertà permessi da questa normativa confusa e contraddittoria potessero essere sfruttati per cominciare a delineare una visione di Macerata per il futuro. Invece ci dobbiamo accontentare di una serie di regolette, che consentono scappatoie alla nostra ansia di libertà ma non mirano a un obiettivo. L’obiettivo secondo me è ripartire, ma su basi molto diverse rispetto al passato.

Ci trattano un po’ da bambini irresponsabili ma i bambini, quelli veri, sarebbero i primi a farci capire come cambiare il volto della nostra città. Mentre le ordinanze ci fanno balenare l’idea di andare tutti a intrupparci all’abbazia di Fiastra, i bambini scenderebbero sotto casa a giocare, per riconquistare quegli spazi fisici che abbiamo scordato di poter godere.

Fino a tre mesi fa ci si imbottigliava in superstrada per andare al Cuore Adriatico: ora possiamo riscoprire la bellezza e il benessere che ci possono regalare i luoghi a noi più cari. Non è solo una visione romantica della vita, ma un nuovo modello per ripartire: dai piaceri semplici, dagli acquisti fatti nei negozi di fiducia, dalla creazione di una filiera locale per la produzione e il consumo rispettosi del lavoro e dell’ambiente, dagli incentivi a muoversi a piedi o in bicicletta, da attività culturali e ricreative che escano dai luoghi istituzionali per propagarsi in tutti i quartieri.

Siamo tutti consapevoli che l’emergenza sanitaria nasce all’interno di una crisi più grande, che coinvolge i nostri stili di vita, i consumi, lo sfruttamento dell’ambiente e del lavoro.

Possiamo aspettarci che chi ha gestito questo modello distruttivo e perdente possa tirarcene fuori? Come può indicare la direzione per l’uscita dalla crisi chi si perde dietro decine di regole che umiliano il necessario, fondamentale, senso di responsabilità delle persone?

Il momento di voltare pagina è adesso, ora che abbiamo toccato con mano la privazione di ciò che davamo per scontato saremo più disposti ad apprezzarlo.

Come cominciare? Domeniche senz’auto per lasciare che i bambini ci accompagnino a riappropriarci degli spazi aperti della nostra città, un’allegra invasione delle strade per mostrarci tangibilmente, meglio di cento discorsi, come rendere possibile quel cambiamento che ognuno di noi vuole ma che non ha la forza o il coraggio di attuare.