I Patti di Collaborazione che non esitono

16 aprile 2016, il Consiglio Comunale approva il regolamento per l’amministrazione condivisa che apre la strada per l’applicazione dei patti di collaborazione anche a Macerata.

Oggi, quattro anni dopo, quanti patti di collaborazione sono stati stipulati? Zero.

Due giorni fa abbiamo ospitato in una diretta Facebook Chiara Salati, dottoranda dell’Università di Macerata, che si occupa di modelli di collaborazione tra istituzioni e cittadini. A Chiara abbiamo
chiesto di spiegare cosa sono i patti di collaborazione e quali sono i presupposti per realizzare anche a Macerata questo importante, sempre più diffuso, strumento di partecipazione.

I vantaggi dei patti di collaborazione: la città, il suo territorio, sono pieni di luoghi e di beni comuni che potrebbero essere sfruttati al meglio, da un immobile abbandonato, a un giardino dismesso, a un parco poco frequentato.

La spinta iniziale può venire dal Comune o dai cittadini, che individuano il bene da valorizzare e stipulano un accordo che mette in chiaro cosa si vuole fare e quali sono i rispettivi compiti. Io mi occupo di sistemare, conservare, valorizzare un bene della città e tu Comune mi autorizzi a farlo sostenendomi con mezzi materiali, un beneficio economico, un
supporto nell’organizzazione e nella comunicazione.

Si possono recuperare e mettere al servizio della città un patrimonio di beni ad oggi impensabili. E si possono generare anche microeconomie (uno spazio prima abbandonato che diventa sede di un baretto, dei centri estivi in una nuova zona verde…).

E poi i patti di collaborazione, poiché mettono insieme persone che decidono di impegnarsi, sono un motore importante di relazioni sociali, un incubatore di senso di appartenenza e di integrazione; permettono ai più giovani di attivarsi e dare sfogo alla loro energia, consentono ai più anziani di sentirsi ancora parte integrante della società e sfuggire alla solitudine.

Perché allora neanche un patto di collaborazione a Macerata? Risposta semplice: l’Amministrazione comunale non ci ha mai creduto. La mancanza di un ufficio che si occupi di partecipazione è emblematica di questa visione.

Ci si attiva in base a rapporti personali, si danno contributi con la stessa logica. Però così non si stimola e non si valorizza il contributo di chi si
impegna, o sarebbe propenso a farlo, per migliorare la propria città.

Nel programma di  Strada Comune  le forme della democrazia partecipativa (il dire) e contributiva (il fare), sono fondamentali.

Noi ci impegniamo, quando saremo al governo della città, a lanciare una
campagna di ascolto delle proposte per una cura condivisa dei beni comuni cittadini, e a fornire un contributo effettivo per sostenere i progetti validi.

Per dare un senso concreto alla parola partecipazione, per rendere effettiva la cittadinanza attiva, perché la città è di chi la vive.