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Cosa manca a Macerata?

Ci vuole proprio tanto tempo libero per farsi questa domanda.

Io di solito non riesco a godere di tutto quel che c’è figurarsi se mi preoccupo di cercare quel che manca. 

Ancora non finisco di scoprire scorci di città, pezzi di storia, piccoli tesori e nuovi sguardi sull’orizzonte, percorrendo le stradine della mia città. Oggi sarei contenta di poter uscire e di guardarla, una delle tante città che piccole o grandi, non sanno più a chi mostrarsi ai tempi del virus. Guarderei con attenzione dove metto i piedi, ma pure percorrerei le altezze, cercando finestre aperte, balconcini fioriti e voci, cose che danno il senso di una comunità vitale, tracce di umanità dentro al costruito. 

Potrei dilungarmi nel raccontare gli sguardi e gli incontri, tante belle immagini vengono di continuo fissate e condivise nelle bacheche virtuali di appassionati concittadini, ma aspettando tempi migliori e non venendo meno il desiderio di fare qualcosa di buono, provo da casa a riportare l’attenzione su qualcosa che in effetti manca. 

Uno dei vicoli di Macerata ricchi di verde

Vivo in centro storico e qui manca il verde, i fiori sui balconi, piccoli squarci di prato, aiuole curate; solo nel lato da sole sopravvivono scampoli di orto e minuscoli giardini con alcuni alberi, costretti dalle mura a far sprofondare nel terreno le radici e muovere i rami di continuo verso la luce. Quelle poche volte che alziamo lo sguardo ci stupiamo dell’adattamento e della  maestosità. Per godere del verde bisogna uscire dalle mura, frequentare i parchi o semplicemente allungare lo sguardo.

Quando la città si chiudeva alla paura, di alberi ce n’erano ancora tanti intorno e in pochi pensarono di piantarne tra i mattoni. Le antiche carte raccontano comunque di tanti squarci di verde anche in mezzo alle fitte abitazioni, a servizio dei Conventi, poi il prevalere dei mercati, del commercio e l’apertura verso l’esterno li ha nascosti e allo stesso tempo in parte preservati. Nei giardini da tempo dimenticati per lo più prendono il sole i gatti. Qualche cartolina lascia intravedere piccoli alberi nelle piazze, quelle che poi nella modernità abbiamo dedicato alle auto e ai parcheggi. Dentro le mura sono cresciuti i servizi e le opportunità, le carte bollate e le occasioni di festa; il bisogno di alberi, lontano dall’essere condiviso, è stto sostenuto solo dalla funzione di decoro, dal Pubblico Ornato.

Da 100 anni non abbiamo brillato per coltivare la bellezza intorno a una stratificazione tanto densa e oggi che l’antico continua a prevalere, ci stupiamo di tante scritte sui muri intonacati, messaggi che neanche riusciamo a leggere, e pure dei balconi vuoti e dei vasi di fiori striminzinti. Il verde pubblico dentro le mura è scomparso, quasi delegato da anni a residenti e pochi commercianti che cercano di farsi belli rinnovando i colori ad ogni stagione, ma ultimamente neanche quello, causa i costi di mantenimento e la tassa sull’occupazione del suolo pubblico, il vandalismo del giovedì sera e l’incuria generalizzata. Chi abita la città raramente spende il suo tempo con le piante, si mostra con altro. Chissà in quanti ricordano l’ultima versione della storica Festa dei fiori, vivaisti e fioristi addobbarono piccole aiuole per un fine settimana, inaspettatamente ogni angolino interpretava un desiderio, un colore, una fugace bellezza. Oggi tutti si accorgono che qualcosa manca, ma nessuno si impegna in prima persona.

Dal 2017 insieme ad altri Spiazzati credo nell’iniziativa Piantala! e continuo a mettere a dimora nuove piantine, per fare compagnia a quelli che invece ci fanno caso. Abbiamo scelto alcuni spazi da abbellire, nel percorso pedonale più frequentato tra lo Sferisterio e Piazza della Libertà, quattro angoli dove si concentra la buona volontà di chi ci ha donato le piante, la nostra incerta botanica, la fatica e la cura che di cui il verde in città abbisogna. Abbiamo piantato oltre cento piccoli arbusti, piante aromatiche e qualche alberello stufo di vivere in terrazzo, sulla copertura del Parcheggio Centro Storico, in via Mugnoz, abbiamo regalato rose e viti all’orto scolastico di via F.lli Cervi, ci stiamo prendendo cura del Parco Urbano di Villa Cozza, per coltivare il verde possibile, per respirare meglio tutti.  Stiamo imparando a prenderci cura, a riscoprire la città attraverso alcune delle sue potenzialità, attraverso una riflessione allargata ed un fare concreto, tra giardini privati e spazi pubblici. 

In ambiente urbano la gestione del verde richiede, oltre che una progettazione a lungo termine, competenze e risorse importanti, ma ciascuno può contribuire attivamente al rinverdimento, portando attenzione al suo intorno. Se il paesaggio disegnato dai contadini attraverso millenni racconta di un’armonia in pericolo e i terreni scivolano a valle, oltre la buona pratica di piantare alberi vicini alla città, potremmo adottare un piccola porzione di suolo pubblico, che non precluda danno ad altri, e spendere energie per nutrire la bellezza, perché prendersi cura delle piante attraverso le stagioni è esercizio di molteplici relazioni.

Prima degli orti urbani, nuova scuola di civiltà, basterebbe qualche rustica piantina a ravvivare una visita o un ritorno a casa o semplicemente a dare un buon esempio. Continuando a strutturare una modalità condivisa che riconosca e premi le buone pratiche, come previsto da i Patti di collaborazione,  potremmo darci da fare e magari riconoscere dalla resilienza di ogni piccola piantina, come stare al mondo, a cominciare da quelle che trovano casa negli interstizi del cemento, strategie colme di meraviglia.

Scritto da Letizia Carducci


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